La vera storia di Alibaba, il gigante cinese che tiene sotto scacco (anche) Apple Pay [su SmartMoney, 22/09]

Jack Ma ha trasformato il suo piccolo business iniziato nel 1995, Chinapages.com, in Alibaba (qui il racconto in tempo reale dell’Ipo dei record), un colosso che non ha nulla da invidiare ad Bay e Amazon (qui tutte le differenze con il gruppo di Jeff Bezos). Al contrario, i giganti a stelle e strisce stanno iniziando a temerlo. Questo grazie alla capacità di leggere e affrontare i limiti relativi alle opportunità di fare business in Cina, da un lato, e dall’altro l’enorme desiderio e bisogno della popolazione cinese di avere accesso a beni e servizi.

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Chinapages, diventato dopo poco tempo Alaibaba.com, ha organizzato gli esercenti in un marketplace che ha reso molto più semplice ed efficiente per compratori e venditori effettuare transazioni per i loro acquisti da ogni parte del mondo.  Il focus iniziale è stato sul rendere aperto il mercato cinese di beni economici anche a compratori esterni, Ben presto Alibaba è però diventata una piattaforma sulla quale è possibile vendere e comprare qualsiasi cosa. Molti analisti attribuiscono il successo di Jack Ma alla sua intuizione di uniformare sin da subito al solo inglese il linguaggio della piattaforma comprendendo quanto il cinese, anche se solo per l’uso “locale” e inizialmente sicuramente più accettato dai cinesi, ne avrebbe limitato il potenziale di espansione su scala globale. Il sito oggi è tra i 20 più visitati del mondo e vi sono elencati più di unmiliardo di prodotti.

Jack Ma inoltre ha fin da subito intuito che i potenziali consumatori online avevano bisogni totalmente differenti. Tale costellazione di bisogni non poteva essere coperta da quegli esercenti che vendevano i loro beni nelle grandi città (e che magari avevano già un sito online). La vera leva erano i piccoli commercianti, spesso situati nelle periferie e difficili da raggiungere. Anche l’accesso online a strutture di questo tipo poteva venire ostacolato o inibito per diverse ragioni: scarsa diffusione e potenzialità nella connessione, costi connessi alla costruzione dei siti e all’accettazione degli strumenti di pagamento elettronici e infine da una più generale mancanza di fiducia verso i piccoli esercenti cinesi che vendevano la loro merce online. Così è arrivato Taobao: lanciato da Alibaba nel 2003, è nato come marketplace (il primo in Cina) in cui era possibile operare tramite un sistema di pagamento simile PayPal, Alipay. In altre parole, tramite delle credenziali sicure a protezione dei propri dati di pagamento. Inoltre il servizio garantiva una serie di valori aggiunti come la protezione dell’acquirente nel caso in cui questi avesse ricevuto merce non conforme a quella desiderata o in cattive condizioni. Anche gli esercenti potevano trarre vantaggio da Taobao. In particolare la piattaforma poteva fornire dati sulle abitudini di acquisto dei clienti in modo da consentire la gestione di pubblicità mirata o programmi di fedeltà.

Tmall invece ha aperto I battenti nel 2008 con uno scopo diverso: permettere ai cinesi di acquistare da negozi di marchi occidentali molto noti. Tmall ha reso molto più semplice la penetrazione nel mercato cinese a nomi del calibro di The Gap, Nine West, Adidas, the NFL, P&G, RayBan e Dell.

La missione di Alibaba è chiaramente quella di fornire al consumatore cinese tutto ciò che questo può desiderare in termini di shopping online, attirando sempre più utenti verso l’apertura di account AliPay con i quali l’esperienza di acquisto sulla piattaforma può concludersi fino al pagamento ed estendersi anche al di là della piattaforma stessa verso tutti i portali aderenti.

Intorno al gigante cinese si sta costruendo un vero e proprio ecosistema che ha seguito un percorso differente da quello che ha portato alla recente nascita di Apple Pay (qui abbiamo spiegato come funziona), ma che ne ha di fatto ripercorso le logiche di proprietarie, esclusive a autoconsistenti: un solo gruppo al quale fanno capo numerosi servizi e negozi online inizia a occuparsi anche della fase della transazione, aprendo le porte della stessa anche al Resto della Rete.  Allo scopo di confrontare i due giganti Apple e Alibaba – o meglio,  Apple Pay e AliPay – può essere utile un confronto sul tipo di mercato in cui questi nascono e sono destinati a indirizzarsi (almeno in prima battuta).

Diaciannove anni fa Amazon faceva il suo ingresso nel mercato statunitense e 7 anni dopo Apple sarebbe arrivata con l’iPhone: all’epoca il 98% della popolazione degli Stati Uniti poteva avere accesso a Internet dalla propria casa. Solo un anno dopo già il 65% della popolazione possedeva uno smartphone. Oggi circa il 10% del transato del commercio elettronico è relativo ad acquisti con dispositivi mobili ma la percentuale è destinata a crescere in quanto trainata dai tablet che riducono la scomodità percepita di fare acquisti “complessi” su un piccolo schermo quale quello degli smartphone. In Cina invece nel 2012 ancora solo il 43% della popolazione poteva avere accesso a Internet. Ma 43% era anche la percentuale legata a quanti in Cina avevano un grande potere di acquisto. Al contrario di quanto avviene negli States questo enorme potenziale non trova ragioni di “sfogo” in spese di tipo familiare. “Spare the rod and spoil the child” (risparmiare la verga rovina il figlio) è infatti il mantra della famiglia cinese che è tipicamente caratterizzata dalla presenza di un solo figlio. A spendere di più è chi non è sposato.

Alibaba ha organizzato il più imponente evento condensato in una sola giornata di shopping online. Lo ha chiamato “Singles Day” e si è tenuto l’11 novembre 2013 quando i cosiddetti single hanno speso in totale circa 6 miliardi di dollari soprattutto in beni di elettronica. Volendo fare un confronto, la cifra è circa di 6 volte maggiore rispetto a quanto gli americani hanno speso durante il Black Friday dello stesso anno. Oltre all’elettronica, i beni e servizi più venduti in Cina riguardano le categorie di lusso e viaggi. A spendere di più, anche online, sono i 40-60enni che hanno acquistato (secondo dati Alibaba) ben 83 milioni di viaggi fuori dalla Cina spendendo in totale più di 100 milliardi di dollari.

L’e-commerce in Cina sta crescendo del 120% ogni anno e già nel 2013, Morgan Stanley aveva previsto che in meno di un paio di anni I numeri scarsi degli Stati Uniti sarebbero stati eclissati dai volume cinesi. Ciò che sta facendo ulteriormente crescere questi volumi di acquisto online è lo strumento smartphone. Su 10 telefoni acquistati ogni giorno in Cina 9 sono smartphone. E il mercato cinese dei telefoni cellulari intelligenti è già 3 volte più grande di quello statunitense ed è destinato a diventare il canale principale di acquisto da parte degli utenti cinesi.

Si parte da una bassa propensione all’utilizzo delle carte di pagamento (specialmente quelle di credito), introdotte nel mercato solo nel 1985 e che quindici anni dopo (nel 2000) contribuivano solo al 10% nel totale degli acquisti. Le cose sono cambiate quando le carte di pagamento hanno iniziato a rappresentate l’unico o il principale strumento di acquisto online. La Banca Popolare Cinese ha riportato che solo nel 2012 le banche cinesi hanno emesso 331 milioni di carte, il 16% in più rispetto all’anno precedente. Alla fine del 2012 c’erano in circolazione appena 3,5 miliardi di carte, oggi si parla quasi del doppio con un volume di transazioni pari a 1,2 trilioni di dollari che rappresentano una percentuale del 40% sul totale degli acquisti. Oggi un cinese su 3 ha una carta di credito e sempre stando alle previsioni di Morgan Stanley, la Cina ha concrete possibilità di diventare uno dei più grandi mercati per quanto riguarda il settore dei pagamenti nel prossimo decennio.

Con lungimiranza, Alipay è stato lanciato nel 2004 ed è stato spesso descritto come il PayPal cinese.  Ad oggi conta 800 milioni di clienti, processa da solo la metà delle transazioni online di tutta la Cina e ha attivi un numero di clienti 6 volte superiore a PayPal, 4 volte superiore ad Amazon e 1,5 maggiore di Apple iTunes. Ecco perché Alibaba/Alipay rappresenta il nemico numero 1 per Apple/ApplePay.

http://smartmoney.startupitalia.eu/38872/e-commerce/la-vera-storia-alibaba-il-gigante-cinese-che-tiene-scacco-anche-apple-pay/

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La lepre e la tartaruga (versione 2.0)

 

Ciascuno di noi è stato bambino e ciascuno di noi durante la sua infanzia avrà ascoltato almeno una volta la storia della lepre e della tartaruga. Non tutti forse però conoscono la versione 2.0 della celebre favola.

Tutto ha inizio con la protagonista, me medesima, in fila da Arnold nota caffetteria nel centro di Milano. La filosofia di Arnold  è quella tipica delle caffetterie d’oltreoceano. Di quelle che entri e puoi stare per ore ad osservare i passanti, a leggere un buon libro, a navigare in rete (perché il wi-fi è libero). Di quelle che se non hai un Mac ti senti un po’ fuori luogo.

Un nuovo concept (nuovo per il nostro Paese s’intende) perché i giovani italiani mostrano non solo di conoscerlo molto bene,  grazie alle loro esperienze all’estero,  ma di sentirne fortemente il bisogno.

In fila da Arnold infatti, sono tantissimi coloro i quali disquisiscono sul miglior gusto di frappuccino e lamentano l’offerta limitata di Arnold che, sebbene sia intervenuto come pioniere a colmare un “terribile vuoto” non è certo paragonabile al loro brand preferito: Starbucks. “Chissà perché non lo aprono in Italia, da Arnold c’è la fila fuori tutti i giorni!”.

La protagonista vorrebbe quasi intervenire nella discussione precisando che, se aprissero Starbucks, probabilmente non si farebbe neanche più tanta fila, nonostante l’elevato numero di clienti. Presso la famosa catena di caffetterie infatti è possibile pagare nel modo più innovativo e soprattutto veloce: con il proprio smartphone! Starbucks è l’esempio più eclatante (e riuscito) di mobile payment a livello globale e riceve quasi quattro milioni di pagamenti da dispositivi mobili per un corrispettivo che ormai equivale al 10% di tutto il fatturato realizzato solo negli Stati Uniti dall’azienda.

I clienti Starbucks che utilizzando la sua Mobile App hanno superato i 10 milioni con un incasso via mobile che supera i 3 miliardi di dollari solo attraverso la Starbucks Card  una carta prepagata che si può gestire su Mobile. Ma  da qualche tempo Starbucks accetta pagamenti da Mobile anche attraverso Square Wallet, che permette di pagare attraverso la carta di credito semplicemente avvicinando lo smartphone al registratore di cassa.

Una strategia mobile che si integra in un piano digital che già sui social aveva registrato un successo invidiabile. Ancora una volta lo rivelano i numeri, impressionanti:  54 milioni di fan su Facebook, e i 3,5 milioni di follower su Twitter[1]

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Iniziative sempre nuove dunque per Starbucks, al passo con le nuove tecnologie e verso un continuo miglioramento della user experience volto ad attuare quel one-to-one marketing che nonostante i progressi sembra ancora una chimera. Un passo da lepre insomma perché “per avere successo non ci si può mai fermare”  come afferma da sempre Howard Schultz, il CEO di Starbucks.

Un business man di successo che ha realizzato tanti progetti e sogni eccetto uno: coronare l’espansione internazionale di Starbucks con un ingresso nel nostro Paese dove Schultz ha sempre raccontato di aver concepito l’idea del “format Starbucks” durante un viaggio nel 1983.

Trent’anni dopo i giovani italiani sono ancora lì fuori, a fare la fila da Arnold e a chiedersi perché non ci sia uno Starbucks in Italia. Non sarà che il nostro Paese dal punto di vista dell’innovazione appare ancora un po’  tartaruga a chi corre come una lepre?


[1] Lazzarin Daniele, Mobile Payment, è Starbucks che traccia la strada. http://www.wireless4innovation.it/approfondimenti/

“Toglietemi tutto ma non il mio sogno”. La storia di un preoccupante caso spagnolo e una modesta proposta italiana

In Spagna è attiva da venerdì una nuova piattaforma. Non si tratta dell’ennesimo social network che consente di condividere foto o chattare con gli amici. E non consente neanche di trovare lavoro o persone accomunate dagli stessi interessi. O forse sì. Perché le persone che si iscrivono a Afectados Préstamo Renta Universidad  hanno tutte un obiettivo comune:  catturare l’attenzione sul proprio dramma sociale. Il sito di David Martin,  giornalista freelance che “vive de sofá en sofá en casa de amigos”, ambisce infatti  a riunire tutte le vittime del prestito universitario perché sia posta maggiore attenzione sulla loro situazione. Perché in Spagna, come in Italia, oggigiorno non è facile essere giovani. La piattaforma http://afectadosprestamorenta.wordpress.com/ ha cominciato a prendere forma lo scorso Venerdì e ha già un manifesto e numerosi iscritti. “A qualcosa dunque è servito aver studiato per un Master in comunicazione” ironizza Martin.

La richiesta dei sottoscrittori è semplice: si chiede una moratoria sul prestito ricevuto per la propria formazione almeno fino alla cessazione della crisi perché, in questo stato di emergenza, i soldi gli studenti spagnoli proprio non li hanno. Il credito era stato loro concesso nel 2007 quando El  Ministerio de Educación y Ciencia in collaborazione con El Instituto de Crédito Oficial avevano deciso di concedere un finanziamento a colori i quali desideravano completare gli studi post-lauream ma non avevano le possibilità economiche.  I beneficiari hanno cosi potuto godere di un prestito senza interessi per 15 anni, da ripagare a partire dal terzo e quando avrebbero goduto di un reddito pari a 22.000 euro (modello anglosassone). Ma adesso con un tasso di disoccupazione giovanile che nel Paese ha raggiunto il 57%, per questi giovani è praticamente impossibile trovare un lavoro che consenta di saldare il conto. Il ministero è consapevole della gravità del problema e si è impegnato a studiare una soluzione. Tra l’altro gli intenti che avevano mosso l’iniziativa erano senz’altro nobili, come si legge sul sito del ministero spagnolo.  “Questo tipo di iniziativa è stata studiata per stimolare l’eguaglianza sociale e lo sviluppo economico del paese aumentando il livello di educazione  giovani cittadini spagnoli senza alcuna discriminazione dovuta a fattori economici”.  Tuttavia spesso “di buone intenzioni sono lastricate le vie dell’inferno”  e gli studenti spagnoli si dichiarano ingannati: “ci hanno detto che era necessario formarci per trovare un lavoro…Adesso ci dicono che il lavoro non c’è”.

Parole che descrivono un circolo vizioso oramai noto e che dovrebbero far maturare profonde  riflessioni soprattutto in Paesi come il nostro in cui la situazione tanto diversa non è: a marzo del 2013 l’Istat ha stimato che il 38,4% dei giovani italiani attivi è disoccupato.

Ma non si tratta soltanto di euro-catastrofi. Il New York Times ha recentemente evidenziato che milioni di giovani americani fanno fatica ad andare avanti e riducono drasticamente i consumi. Perché? Devono ancora ripagare il Governo di quanto preso in prestito per affrontare gli studi. Kevin Carey, direttore dell’ Education Policy Program presso la New America Foundation, celebre istituto di ricerca con sede a Washington, ha evidenziato come intere generazioni siano state introdotte alle loro vite professionali con un segno meno e con un meno di decine di migliaia di dollari.  Un segno che ha un impatto anche psicologico e che frena questi giovani da quegli acquisti che segnano le fasi di crescita nella vita: una macchina, una casa, magari per mettere su una famiglia. E se da un lato è vero che i prestiti caratterizzano da sempre il sistema educativo americano, dall’altro la crisi ha causato una riduzione del 15% dei redditi in termini reali. I giovani americani guadagnano di meno, ma devono al governo la stessa cifra dei loro padri. Chiaramente ciò ritarda e inibisce i loro consumi causando come effetto aggregato un ritardo nella ripresa dell’economia americana. Anche per questo gli Stati Uniti stanno pensando ad una riforma del sistema di finanziamento dell’educazione[1].

Corretto a fronte dell’insostenibilità della situazione quale emersa ora drammaticamente anche in Spagna, ma che fare?

Lungi dal proporre in queste righe una proposta risolutiva, ci si può legittimamente porre una domanda: e se a finanziare gli studi fossero le aziende?

Queste lamentano spesso l’esistenza di un mismatch qualitativo tra domanda e offerta di lavoro, troppi giovani si specializzano in aree che non corrispondono alle richieste aziendali. Tale inefficienza potrebbe ridursi qualora le aziende finanziassero specifici master e/o lauree specialistiche volte a far acquisire allo studente le competenze utili e necessarie all’inserimento nel mondo del lavoro.

Come lo studente ripaga poi il prestito? Con il proprio lavoro presso la stessa azienda che ha erogato il prestito. Molti stage già oggi non vengono remunerati, la maggior parte prevede un rimborso spese esiguo. Nel quadro delineato invece il lavoro rappresenterebbe una sorta di “restitution in kind” all’azienda che ha finanziato la formazione. Un modo anche per ridurre quel gap tra educazione e occupazione che si crea perché ai giovani in cerca di impiego (magari il primo) viene spesso richiesto un minimo di “esperienza”.

Un’idea che avrebbe sicuramente difficoltà ad essere implementata su larga scala, ma così semplice da poter funzionare almeno per qualche progetto pilota che trovi l’appoggio di università e una rete di imprese. Forse, ripensando a David Martin e ai suoi followers spagnoli, varrebbe la pena tentare. Perché i giovani non siano costretti a restituire oltre ai soldi, anche sogni e speranze.

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[1] Annie Lowrey, Student Debt Slows Growth as Young Spend Less, The New York Times

Negozi Virtuali @ Seoul

Acquistare spaghetti italiani in una stazione metro di Seoul con il mio smartphone in un negozio virtuale e vedermeli recapitati a casa…Done!

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È proprio vero che qui a Seoul si respira aria di futuro. Non a caso la Corea del Sud è tra i leader mondiali dell’innovazione con Stati Uniti e Giappone e il suo vantaggio sull’Italia e più in generale sull’UE sta aumentando. Un’innovazione investe ogni aspetto della vita quotidiana, persino il fare la spesa. In realtà in marketing il fenomeno ha un nome proprio, si tratta di innovazione nel retail e in Corea del Sud il leader sembra proprio essere Homeplus. Si tratta di una catena discount -frutto di una joint-venture tra Tesco (94% di quota) e Samsung– presente in Corea del Sud con 115 punti di vendita. Nota non solo per la qualità dei prodotti ma per la capacità di evolversi e differenziarsi grazie ad un servizio che consente ai viaggiatori in attesa dei treni in metropolitana di ordinare online i prodotti scattando una semplice fotografia con il proprio smartphone al QR code collocato a fianco dell’articolo. 

Ogni prodotto selezionato viene inserito in uno shopping basket che viene poi trasformato in ordine alla fine del processo di acquisto; il consumatore indica l’orario di consegna e Homeplus provvede al recapito. Se l’ordine viene effettuato di mattina, la consegna può avvenire il giorno stesso. Sono stata alla stazione metro di Seolleung, dove su alcune pareti sono stati applicati dei pannelli retroilluminati con le immagini dei prodotti disponibili per lo shopping, ognuno dei quali contrassegnato da un codice. Il risultato è una sorta di scaffale virtuale che riproduce fedelmente quello di un normale supermercato. Un’innovazione non tanto sofisticata dal punto di vista tecnologico quanto rilevante sotto l’aspetto sociale: da un lato consente di rispondere ad un bisogno sociale di velocità e mobilità di consumatori sempre più indaffarati,  trasformando il tempo di attesa in tempo di shopping. Dall’altro legge perfettamente unatendenza sociale e ad essa va incontro:  nel mercato coreano infatti si registra una crescente propensione dei consumatori verso gli acquisti in modalità mobile favorita dalla presenza di più di 10 milioni di smartphone.

L’esperienza di acquisto, inizialmente surreale si rivela alla fine anche divertente. Rimangono forti dubbi sulla potenzialità che questo tipo di soluzione potrebbe esercitare sul mercato italiano, dove difficilmente il consumatore tipico rinuncerebbe ad un contatto diretto con la merce per un personale controllo di qualità (soprattutto quando si tratta di cibo). Inoltre il mercato italiano dell’e-commerce non si presenta ancora sviluppato e diffuso come quello coreano. Senza considerare il divario infrastrutturale tra i due paesi.

Tuttavia qualche retailer italiano potrebbe decidere di tentare l’impresa dopo aver dato uno sguardo ai risultati dell’operazione, a quanto sembra particolarmente premianti per Homeplus. Nei primi tre mesi dal lancio le vendite online sono cresciute del 130% e il numero degli utenti registrati è aumentato del 76%!

Una nuova linfa rosa #NoiseFromKorea

ImmagineEra stata eletta il 12 dicembre, ma soltanto oggi Park Geun-Hye, si insedia come presidente della repubblica coreana. La prima donna a ricoprire la carica più alta nel Paese. Più di 60.000 persone hanno assistito alla cerimonia inaugurale. Prima che Park giurasse, la superstar sudcoreana Psy si è esibita nella sua hit mondiale «Gangnam Style». Subito dopo è entrata in scena la vera regina del palcoscenico, la Park, che ha salutato il suo pubblico con queste parole: “la nostra nazione deve raddoppiare gli sforzi contro la crisi economica globale perché oggi il capitalismo sta affrontando nuove sfide. La mia amministrazione inaugurerà un’era di speranza rinnovata con economia rivitalizzata, felicità della nostra gente e fioritura della nostra cultura”. Speranza, vita, fioritura. E’ il femminile che entra nel linguaggio politico, è una nuova linfa rosa. Sperando che possa scorrere presto anche in Italia…

Coffee Break @Seoul

Caffetteria

Primo giorno a Seoul, ho già sistemato la mia caffetteria…                 Perché non c’è nulla di sorprendente come la vita. Tranne lo scrivere e un buon caffè all’estero!

Partire per crescere, tornare per fare squadra

L’Italia non è un Paese in cui restare con orgoglio”- Lo scriveva nel 2009 Pierluigi Celli, il direttore generale della Luiss Guido Carli. p460x276_1349870669celli

La lettera, scritta a Repubblica, ha fatto molto discutere. Anche perché firmata da una persona che ha avuto tutto da una vita e una carriera invidiabili, e che tuttavia a 70 anni ha ancora la pazienza e l’energia per dedicarsi a noi giovani. Proprio lui che è rimasto tra i

pochi ad ascoltare, incoraggiare, infondere fiducia e speranza alle giovani generazioni, invitava a mollare tutto, a fuggire, perché quest’Italia non sembrava in grado di darci ciò che infondo meritiamo tutti: una opportunità.

Chissà quanti giovani talenti sono partiti seguendo il suo consiglio. Chissà quanti faranno ritorno adesso che arriva il “contrordine”.  Infatti un anno dopo la famosa lettera con cui invitava il figlio a lasciare il Paese, Pierluigi Celli, scrive nell’intervista rilasciata al settimanale A Anna, che occorre invece restare, restare per fare squadra…

Non un invito all’immobilità ovviamente, perché nel mondo di oggi, l’immobilità sarebbe comunque un autogol. Occorre partire, partire per crescere ma non sentirsi obbligati ad andar via. Vivere il viaggio insomma non come una fuga ma come un’opportunità di crescita. E con l’intenzione di ritornare in Italia  più competenti,  arricchiti da esperienze in paesi che hanno conosciuto negli ultimi anni rapidi proce

ssi di crescita. È  importante precisarlo perché far maturare il senso di colpa per l’abbandono del Paese nei giovani italiani che vanno all’estero,  sarebbe dannoso  tanto quanto spronarli a farlo presentando la fuga come l’unica ancora di salvezza. E compreso ciò, Pierluigi Celli con la sua lungimiranza propone una nuova formula: partire per crescere e tornare per fare squadra! Per mettere cioè le proprie acquisite e sviluppate competenze al servizio di diversi team, di reti di persone, del Paese. In primis perché proprio come scrive Celli, saranno le persone, tutte insieme, a salvare questo Paese.  Poi perché è questo che ci chiede il futuro, se è vero (e cito sempre Celli) che la complessità del mondo di oggi non consente più risposte individuali: si vince con il gruppo.

La speranza è che questo fare squadra possa impedire ai giovani di fuggire da un’Italia che ci dicono essere devastata, praticamente sull’orlo del baratro e possa invogliare molti stranieri a scegliere il Belpaese per completare la loro formazione, per crescere…Perché tra i tanti numeri negativi che descrivono le performance del nostro Paese, uno dei più preoccupanti è quel -1,2  misura dell’highly skilled exchange rate italiano. Si tratta del tasso che descrive la capacità del nostro Paese di attrarre sul proprio territorio individui con un elevato grado di istruzione. L’Italia è l’unico tra i grandi paesi europei a presentare un valore negativo. Significa che di giovani talenti il nostro Paese proprio non vuole saperne. Perché oltre alla tristemente famosa “fuga dei cervelli”, si  registra anche una bassissima capacità attrattiva nei confronti dei talenti stranieri. Un problema per il quale la formula del “fare squadra” potrebbe rappresentare una soluzione. Un enorme incentivo al controesodo degli italiani e all’attrazione dei talenti stranieri. Un’ipotesi supportata da ricerche e statistiche. L’analisi del Centre for European Policy Studies rileva che il fattore di maggiore attrazione è quello di poter lavorare in un distretto o centro di eccellenza. Se le Università italiane riuscissero ad eccellere non solo nella trasmissione di nozioni ma anche nell’implementazione delle metodologie che stimolano il lavoro di squadra, nell’insegnare lo stare e lo sviluppare insieme, allora il #faresquadra potrebbe diventare il  Key Success Factor su cui costruire una diversa immagine dell’Italia all’estero. Si tratta dunque di un’operazione anche di marketing nella misura in cui in Italia non circolano talenti anche perché il nostro Paese è percepito (a ragione) come un Paese bloccato, in cui l’ascensore sociale non funziona perché non esiste il riconoscimento del merito. Il Paese meno adatto alle eccellenze perché le reti amicali e parentali contano più dei risultati. Chiaro che con queste premesse diventa difficile attrarre studenti e lavoratori qualificati. Diverso sarebbe se l’Italia fosse percepita oltralpe e oltreoceano come la nazione delle reti virtuose, non più viziose. Come un luogo in cui si lavora bene insieme, in cui si può #faresquadra per l’appunto. Una simile operazione di marketing a livello nazionale non è impossibile da realizzare. Lo si è visto con il caso Israele, uno stato che è diventato in breve tempo un punto d

i riferimento per i cacciatori di innovazione perché ha saputo presentare se stesso come “start-up nation”: un paese all’avanguardia in cui le idee corrono e si sviluppano velocemente e a cui oggi tutti guardano come a un territorio ricco di opportunità. L’Italia ha senz’altro le carte in regola per innescare un meccanismo analogo,  presentandosi come un ecosistema che va incontro al

le esigenze del futuro perché valorizza il capitale umano nel team, nel network, non solo nel singolo individuo. Non partiamo da zero, la nostra stessa cultura ci pone in una situazione di vantaggio: come italiani siamo da sempre famosi per essere ospitali, inclini alle relazioni sociali, solidali… C’è un’Italia diffusa, gli italiani all’estero, l’87% dei quali si dice disposto a cooperare per il bene del Paese. Tutti potenziali fattori di successo su cui puntare per iniziare a costruire l’immagine di un Paese che ha tanti bisogni sociali e che per qu

esto si sforza di produrre innovazione sociale proprio grazie alla cooperazione. Un qualcosa che altrove non sarebbe così facile, negli  USA ad  esempio,  dove la competizione è più feroce. Un qualcosa da avviare adesso, cioè in un momento storico in cui s

i è capito che l’individualismo sfrenato, il correre da soli cercando la salvezza soltanto per sé, può causare molti danni. “Oggi da soli non si è più in grado di governare tutte le variabili, servono i gruppi per raggiungere gli obiettivi” (cit. P.Celli).

La difficoltà iniziale sta nel trovare il giusto canale in cui far confluire l’insieme di queste energie collaborative. La politica dei partiti non sembra capace di intercettare quella voglia di fare squadra dei giovani d’oggi. Allo stesso modo non può farlo l’anti-politica. Perché come alcuni amici hanno avuto modo di sottolineare in questi mesi, il modello Grillo e più in generale l’anti-politica rappresentano uno 0 negativo. E il nostro Paese in questo momento storico ha bisogno di tutto tranne che di negatività. Al contrario c’è una forte necessità di riscoprire una buona e sana politica, coltivando questo interesse nelle sue forme più fluide, dinamiche e innovative, non necessariamente partitiche.